32. Hai il terrore dei cibi adulterati

Maggio 16, 2008

Ogni anno c’è uno scandalo che riguarda i cibi adulterati, per citarne alcuni: nel 1999 c’erano polli alla diossina, dal 1998 al 2001 la BSE, ossia la sindrome della mucca pazza, nel 2004 l’influenza aviaria, nel 2006 la lingua blu nel 2008 la mozzarella di bufala alla diossina e i vini adulterati. Su questi temi, per dovere di cronaca, come amano definire i giornalisti, si è parlato per mesi interi, fornendo però spesso informazioni incomplete che l’unica cosa che hanno fatto è stata ridurre i consumi dei beni incriminati.

Prendo come esempio il caso dei polli alla diossina e come modello di informazione trasparente e che non fa leva sulla paura della gente due articoli de “La Repubblica”: che per comodità indico con 1 e 2. Nel secondo articolo spiega che c’è stato in Italia un “calo delle vendite di uova e polli del 25%” nella settimana seguente alla scoperta in Belgio (e ripeto, in Belgio!) di carni con contenuti di diossina molto superiori alle norme di legge.

Ora, uno pensa che è ovvio che anche in Italia la gente non sia sicura: nel 1999 anche se non c’era ancora l’Euro c’era già la libera circolazione delle merci all’interno dell’Unione Europea, ai tempi forse ancora CEE e il Belgio, anche se è grande quanto la Lombardia, per quanto ne so potrebbe essere il maggior esportatore mondiale di polli. Ma qui mi viene in aiuto il primo articolo che dice “non ci sarebbero state esportazioni in Italia”, però poi nel secondo, datato 2 giorni dopo, c’è scritto “bloccati diversi quintali di polli e suini”.

Qual è la verità? Probabilmente la seconda, perché la data è posteriore e perché hanno specificato quanta merce hanno sequestrato: a Mantova 23 quintali di carne di pollo, a Vicenza 20, nelle Marche 374 di carne suina congelata e 784 di maiali vivi. Per cui la bellezza di 43 quintali di pollo (cioè 4300 kg) e, tenendo presente che un maiale vivo pesa più o meno 200 kg, 1942 quintali (cioè 194200 kg) di carne suina.

Una persona qualsiasi pensa: un sacco! Una persona che sa fare le divisioni invece pensa: 0,0008 kg (cioè meno di un grammo) di pollo e 0,003 kg (cioè 3 grammi) di maiale per abitante. Sì, in effetti è un rischio notevole! Cioè, è comprensibile che a Vicenza, a Mantova e nelle Marche smettano di mangiare queste carni, ma, anche se nessuno la comprasse più, i consumi non diminuirebbero così tanto, per cui evidentemente la gente, anche in zone non a rischio, sta smettendo di mangiare polli, e un motivo ci sarà.

Ed è semplice trovare il perché: il “modello di informazione trasparente e che non fa leva sulla paura della gente” (mi sto autocitando, lo so) nel primo articolo ha ritenuto che la frase “non ci sarebbero esportazioni in Italia” a fronte di un articolo in cui praticamente dice “se mangiate il pollo morite” fosse sufficiente per rassicurare i suoi lettori; nel secondo, dal momento che in 3 aree di Italia è stata sequestrata una quantità irrisoria di carne contaminata ha pensato che la gente non vada rassicurata, perché il pericolo c’è!

Parliamo dell’influenza aviaria: nel sud-est asiatico da un po’ di anni, tipo dal 2001, c’è questa polmonite degli uccelli (intesi come volatili, non come quello di cui parlavo nell’ultimo articolo) per cui diventa pericoloso mangiare i polli. Ora, dal 2005 è diventata obbligatoria l’etichettatura del pollame, che comunque era già ampiamente diffuso anche prima, come conseguenza dello scandalo della diossina. Quindi secondo gli italiani è pericoloso mangiare un pollo allevato in batteria in Italia perché potrebbe avere avuto contatti con un uccello migratore che è portatore di un determinato ceppo della malattia che è trasmissibile all’uomo, che, da malato, ha volato per mezzo globo fuori da ogni tipo di rotta che segue abitualmente e, introducendosi all’interno di un allevamento ha contagiato gli animali che poi mangiamo. È molto più probabile che mi cada una tegola in testa…

Ma la cosa più ridicola è la mozzarella di bufala! La Cina ha vietato le importazioni di mozzarella di bufala campana perché è pericolosa! Prima di tutto mi verrebbe da dire che quelli si mangiano i polli che hanno l’influenza aviaria (perché c’è anche lì) senza nessun problema, quindi non è che siano poi così autorevoli. Per essere seri potrei dire che è stato detto più e più volte che in Cina non abbiamo mai esportato nessuna mozzarella di bufala, quindi mi chiedo perché blocchino le importazioni di qualcosa che non importano.

Però, effettivamente, essendo la diossina passata dai rifiuti alla terra, dalla terra all’erba, dall’erba all’animale, dall’animale al latte, che poi è stato trasformato, è possibile che ci sia il rischio che la mozzarella sia contaminata. A questo punto entra in gioco l’Unione Europea, storicamente protettrice dei nostri prodotti, come quando ci voleva vietare di cuocere la pizza nel forno a legna, o quando ha posto il problema che il nome Tocai (vino friulano) assomiglia troppo a quello di Tokaji (ungherese), che dice che le mozzarelle di bufala sono sicure. Quindi? A chi bisogna credere? A chi pensa che potrebbero essere contaminate o a chi sa che non lo sono?

Che poi, dopo che scoppiano tutte queste ondate di panico che fa il governo italiano? Questo: il collegamento è ad un articolo del Corriere della Sera datato 27 luglio 2007, che spiega come un organo del Ministero della Salute avesse formulato una proposta di legge per depenalizzare la vendita di cibo adulterato. Per fortuna non è andata in porto, altrimenti ci saremmo ritrovati il pane fatto con la farina radioattiva della Bielorussia… Ma non c’è da meravigliarsi di queste proposte di legge, d’altronde si sa, i politici in Italia non sanno fare niente di utile, sanno solo rubare (#33).


31. Conosci almeno 10 parole per indicare l’organo sessuale maschile

Maggio 15, 2008

Il principio è lo stesso che vale per i sinonimi dell’organo genitale femminile (#30): gli italiani sono artisti, forse non nell’uso del congiuntivo, ma sicuramente nella creazione di nuove parole.

I sinonimi non troppo volgari sono presi dall’ambito biologico/gastronomico: l’uccello, il pisello, il pesce, con i rispettivi diminutivi (uccellino, pisellino, pesciolino). Per cui, come si può capire, la lingua italiana in campo di cucina si presta a tantissimi doppi sensi: cuocere i piselli con le patate, con il pesce si sposa bene una passerina (che è un vino), la stessa tipica tradizione romana di mangiare fave e pecorino potrebbe far capire ad un ascoltatore non troppo attento fave a pecorina, che non significa molto, ma suscita nell’immaginario dell’ipotetico interlocutore un’immagine, diciamo, non troppo casta.

Più volgari, ma non troppo, sono quelli presi da oggetti di forma fallica: verga, banana, randello, mazza, canna, che vengono, però, per lo più usati più per alludere all’organo sessuale maschile, più che per indicarlo direttamente. E anche qui i doppi sensi si sprecano: in ambito culinario, come il chiedere il gelato artigianale al “tiramisù la banana col bacio” (grazie Gianni Drudi! Dopo fiki fiki non ti sei scordato di noi! Per chi vuole approfondire le proprie conoscenze musicali rimando qua), in ambito giovanile, una ragazza che dice passami la canna (da pesca, che avete capito…) può suscitare qualche pensiero strano, ma anche le stesse azioni di tutti i giorni, come quella di una donna che mangia una banana o che lecca il calippo (sempre che esista ancora) se si vuole essere troppo maliziosi potrebbe far pensare male…

I più volgari sono senza dubbio i classici cazzo e minchia, a cui va aggiunto nerchia, che probabilmente sono così poco eleganti perché cacofonici, non si spiegherebbe altrimenti l’avversione a priori nei confronti di questi termini.

Poi esiste una categoria che credo sia unica nel genere: parole composte che richiamano l’azione di fare all’amore (o trombare che dir si voglia). Quindi si hanno parole come sventrapapere e spaventapassere, che probabilmente sono le più volgari di tutte, una cosa è certa: non userei mai queste parole davanti ad una donna! Si sarebbe tacciati di estremo maschilismo, si prenderebbe uno schiaffo in faccia e poi un 2 di picche come mai nella vita.

Comunque non finiscono qua, ne esistono tantissimi altri, ma forse non è il caso di elencarli tutti, anche perché probabilmente ci vorrebbe qualche ora per leggerli, e sicuramente non conosco l’intero elenco. Posso però citare una canzone dei Gemboy, la canzone del cazzo, che è molto utile per dipanare dubbi riguardo a frasi idiomatiche che contengono la suddetta parola. Inoltre contiene un ritornello molto simpatico, in cui elencano 14 sinonimi di cazzo (fallo, nerchia, minchia, fava, organo, randello, membro, pene, mazza, canna, verga e uccello, sventrapapere, spaventapassere [...]), per cui è anche molto utile come dizionario dei sinonimi, anche se li elenca solo di una parola, ma si tratta di una canzone, è già tanto il fatto che assolva questo, seppur minimo, onere pedagogico! Comunque, se ci fosse qualcuno interessato, qui vi lascio un collegamento a Youtube.

Per quanto possa, nel prossimo intervento, continuare a parlare di altri sinonimi di parole che riguardano argomenti correlati (non so, come i sinonimi di fare sesso o di prostituta), e sicuramente in futuro tornerò sul tema, ho intenzione di parlare di altro, ovvero della paura degli italiani di ammalarsi mangiando cibi non sicuri (#32).


30. Conosci almeno 10 parole per indicare l’organo sessuale femminile

Maggio 14, 2008

Prima che vi scandalizziate, quella a sinistra è un’opera d’arte. Si tratta di “L’origin du monde” di Courbet, e ciò che rappresenta è, in effetti, l’origine del mondo…

Si sa, noi italiani siamo artisti, anche se ogni tanto mi viene qualche dubbio, almeno per quanto riguarda l’arte del bel parlare, sentendo certe espressioni di qualche romano o di qualche sardo o di qualche politico, e per esprimere la nostra arte abbiamo creato tanti sinonimi e, dal momento che l’organo sessuale femminile è l’argomento di cui gli uomini parlano di più tra loro, esistono tonnellate di parole per definirlo.

Alcune si usano soltanto in una regione: fissa in Sicilia, sticchio in Sicilia e Calabria, fregna nel Lazio, pacioccio in Sardegna, topa in Toscana, bernarda in Piemonte, e potrei andare avanti ma questo articolo diventerebbe lungo quanto un trattato filosofico. Altre si usano soltanto in zone più ristrette delle regioni: udda a Cagliari, perussola a Belluno, vagiona a Cesena, broddoi a Dorgali. Altre sono ormai sdoganate e si usano ovunque: figa, patata, prugna, passera, gnocca.

Probabilmente l’unico termine in disuso è vagina, che teoricamente è quello ufficiale, visti tutti i termini alternativi volgari o non che possono essere utilizzati, anche se poi spero che quando si vada a parlare con un medico si torni ad utilizzare il termine tecnico anche se sarebbe davvero divertente se una donna andasse dal ginecologo e dicesse “dottò, oggi mi fa male la gnocca!”.

A questa ampia scelta ne corrisponde una altrettanto vasta per quanto riguarda i termini per definire una bella donna. Questo perché a parte i canonici bella, bona, bonazza, gli altri sono presi dal precedente elenco di sinonimi (quello dei termini che stanno ad indicare l’organo sessuale femminile), per cui è possibile dire figa, gnocca, patata, sniacchera, topa per riferirsi in realtà alla portatrice sana di tali attributi.

A questo punto la domanda è: vale lo stesso per gli uomini? Cioè, alcuni termini che servono ad indicare l’organo sessuale maschile servono anche per indicare un bell’uomo? In realtà no, si utilizzano alcuni di quelli che servono ad indicare una bella donna e si rendono al maschile: figo, gnocco e così via…

Anche se forse non è l’origine del mondo, sicuramente è l’origine della lingua italiana, visti i numerosi termini che da essa sono stati generati, nati dalla fantasia e dall’estro degli italiani, senza che si opponesse alcun tipo di potere coercitivo, a dimostrare ancora una volta che la lingua è l’espressione massima della democrazia. D’altronde nessun italiano sensato ha mai ritenuto corretta la parola “monnezza”, ma ormai è così di uso comune che è entrata nel vocabolario italiano e quindi si può usare senza alcun tipo di rimorso.

Ovviamente questo non è l’unico termine che ha milioni di sinonimi, lo stesso vale per “ragazzo” (giovane, giovanotto, raga, teenager…), per “feci” (merda, stronzo, cacca, escremento…), per “persona ignobile” (stronzo, figlio di puttana, carogna, mascalzone…) e, forse, per la maggior parte delle parole della lingua italiana. Ovviamente anche per quanto riguarda l’organo sessuale maschile (#31).


29. Ti candidi a cariche che non ammettono candidature

Maggio 13, 2008

L’Italia è il paese dei candidati: ci si candida legittimamente ai consigli comunali, provinciali, regionali, al Parlamento, a presidente dell’associazione di bocce, di calcio, di pallanuoto. Ma ci si candida anche a ministro, a Presidente della Camera, a Presidente del Consiglio, a Presidente della Repubblica, probabilmente in maniera meno legittima.

L’essere candidato vuol dire che una persona, che prima non era eleggibile, acquista questo status, per cui, dopo avere espresso questa volontà, può ricevere dei voti per ottenere una posizione. Per entrare nelle assemblee elettive bisogna candidarsi perché, durante le elezioni, appaia il proprio nome sulla scheda e si possa essere votati. Per diventare presidente del circolo di bocce la procedura è disciplinata autonomamente dalle varie associazioni, si può decidere che chiunque sia eleggibile, che lo sia soltanto chi ha determinati requisiti, che lo siano quelli che presentano una candidatura.

Il Presidente della Camera dei Deputati e il Presidente del Senato, per essere eleggibili, hanno come unico requisito quello di essere membri di una delle due camere, per cui uno sì, si può anche candidare alla presidenza, ma è come dire che mi candido a mangiare al ristorante, o mi candido a bere al bar: ti servono lo stesso, come servono tutti gli altri clienti, non è che siccome sei candidato ti servono prima! Logicamente nelle camere c’è la necessità che un determinato schieramento voti interamente per una determinata persona, quindi fa una dichiarazione di voto, ma questo non converte la persona che sarà votata in un candidato: il suo status di eleggibilità non cambia e il dizionario italiano dice che, quindi, non si candida, ma forse le leggi e i dizionari si sbagliano…

Lo stesso vale per il Presidente della Repubblica, con le dovute differenze: viene eletto dalle due camere in seduta congiunta con tre delegati per ciascuna regione, eccetto la Valle d’Aosta che ne porta 1, non è necessario che sia un membro del Parlamento per essere eletto, anche perché non diventa il capo di una assemblea, ma deve avere almeno 50 anni e, ovviamente, deve essere cittadino italiano. Anche se, dopo certe dichiarazioni di certi ministri non posso non pensare che sarebbe molto divertente se il Presidente della Repubblica italiana fosse rumeno.

Per il Presidente del Consiglio, o meglio premier, o primo ministro (#28), bisogna fare un discorso a parte. Durante le elezioni politiche si sente parlare di alcune persone candidate alla Presidenza del Consiglio (durante le ultime uno sproposito, qualcosa come 7 o 8), ma questa cosa è probabilmente illegale. Il punto è: l’Italia è una repubblica parlamentare, c’è un po’ di gente che nel ‘46 ha votato perché fosse così, anche se praticamente un giorno sì e uno no c’è qualcuno che solleva questioni riguardanti brogli, ma questo è un altro discorso. Prima di essere una repubblica parlamentare era una monarchia parlamentare: il corpo elettorale votava per eleggere il Parlamento, il re dava l’incarico di primo ministro, che formava il governo, e le assemblee votavano a favore o contro.

Oggi l’Italia è una repubblica parlamentare: il corpo elettorale vota per eleggere il Parlamento, il Presidente della Repubblica da l’incarico al Presidente del Consiglio, che forma il governo, e il Parlamento vota a favore o contro. Però che succede oggi? Succede che la gente pensa che il Presidente del Consiglio venga eletto direttamente, per cui la nomina da parte del Presidente della Repubblica e l’elezione da parte del Parlamento diventano atti dovuti. Questo succederebbe nel caso di una specie di Repubblica semi-presidenziale, con la differenza, rispetto a questo sistema, che è il primo ministro quello elettivo, invece del presidente della repubblica, e che il presidente della repubblica non ha potere esecutivo.

Per cui la formazione del Governo Dini nel 1995, o il Governo D’Alema nel 1998 non erano poi così abusivi come, in clima di revisionismo (credo di iniziare ad usare troppe volte questa espressione) si pensa oggi. Soprattutto se pensiamo che un tempo quello di avere governi brevi era la prassi, dimostrazione ne è il fatto che finora ci sono stati 59 governi o giù di lì: se non sbaglio, e l’Italia è una repubblica da 62 anni, quindi un governo ogni 1,05 anni. Se anche mi sbagliassi non sarebbe di molto, quindi la sostanza non cambierebbe.

Per questo sarebbe davvero divertente se il Presidente della Repubblica desse l’incarico a qualcuno che non viene “eletto” dalla gente: facce stupite di tutti, faccia scura di quello che era convinto di sedersi a capo del gabinetto (stupendo questo doppio senso), opposizione che deride chi credeva di essere già Presidente, insomma, uno stupendo spettacolo televisivo, e visto che se ne fanno già di illegali o quanto meno immorali (vedi senatori che sputano altri senatori), non vedo perché non se ne possano fare di legalissimi! Anche se questo governo promette bene in tema di spettacolo, d’altronde, con i ministri che che hanno fatto non può che essere così: non so se Mara Carfagna sia preparata, ma di sicuro è gnocca, o topa, o figa (#30).


28. Non usi i veri nomi degli incarichi politici del tuo Paese

Maggio 12, 2008

Presidente del Consiglio? Non è fashion! Consigliere regonale? Troppo lungo. Ministro? Per le donne non va bene. In effetti sono nomi che sono scritti nella Costituzione, quindi vecchi 60 anni, c’è bisogno di rinnovare, di riformare, bisogna eliminare le tradizioni inutili!

L’articolo 92 della Costituzione dice: “Il Governo della Repubblica è composto del Presidente del Consiglio e dei ministri, che costituiscono insieme il Consiglio dei ministri.”

Presidente del Consiglio? Non scherziamo, si chiama premier! È inutile usare una parola italiana se ne esiste una inglese entrata nella nostra lingua che significa un’altra cosa. Infatti in italiano il premier è soltanto il primo ministro inglese, ma è usato per estensione, senza nessun motivo, anche per quello italiano. Un’altra variante, meno usata, è primo ministro, che è già più accettabile, perché la locuzione è italiana, e perché indica in generale la posizione di capo del governo, senza però riferirsi ad una nazione particolare. Per cui, visto che semplificare non è il nostro forte, è sempre preferibile dire il primo ministro italiano piuttosto che il Presidente del Consiglio. Chissà che il Ministero alla semplificazione faccia qualcosa in tal senso…

L’articolo 122 della Costituzione dice: “Il sistema di elezione e i casi di ineleggibilità e di incompatibilità del Presidente e degli altri componenti della Giunta regionale nonché dei consiglieri regionali sono disciplinati con legge della Regione nei limiti dei princìpi fondamentali stabiliti con legge della Repubblica, che stabilisce anche la durata degli organi elettivi.”

Consigliere regionale? No, grazie: si sminuisce il ruolo occupato dal politico! È decisamente meglio definirlo parlamentare regionale e, ovviamente, è dovuto attribuirgli il titolo di onorevole. Peccato, però, che, con l’eccezione di quello siciliano, nessun Consiglio Regionale si chiami Parlamento e quindi va da sé che i suoi membri non sono parlamentari! Quanto titolo di onorevole, lasciando per un attimo da parte il fatto che dopo certi atteggiamenti dei veri onorevoli non so se siano davvero degni di onore (vedi caduta del governo Prodi: Nino Strano stappa una bottiglia di spumante, che voglio sperare fosse italiano, altri parlamentari mangiano la mortadella, insomma succede un putiferio), non è dovuto neanche ai parlamentari siciliani, penso che lo stesso valga, a maggior ragione, per tutti i consiglieri regionali delle altre regioni.

La questione del ministro, invece, fa sorgere problemi di sessismo: il legislatore costituzionale cita 2 volte il termine al singolare, ovviamente al maschile, perché i membri della costituente (che nell’articolo 3 avevano stabilito che “tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge”) erano maschilisti, per riferirsi ad alcune competenze del guardasigilli. Forse, però, è più corretto ritenere che ministro faccia parte di una serie di sostantivi maschili, come angelo o sindaco, che ha, in realtà, un genere neutro, nel senso che si riferisce, non variando in genere, sia a uomini che a donne. Per cui è ammissibile, al massimo, dire la ministro, sarebbe più corretto il ministro, visto che il termine è maschile, è del tutto errato dire la ministra, che poi è anche orrendo, oltre ad avere una certa assonanza con la parola minestra.

Ma forse in effetti è una violazione del principio costituzionale delle “pari opportunità”: gli uomini, anche dal punto di vista della lingua, approfittano delle donne che sono una categoria debole, anche più di quella dei portatori di handicap, in particolare dei tetraplegici, per cui è necessario che lo Stato le tuteli! E quale modo per tutelarle è migliore del creare un Ministero alle pari opportunità, dando l’incarico di ministro ad una donna?

Forse non c’è da meravigliarsi di questa tendenza, vista l’ondata di femminismo, vedi la richiesta di quote rosa in Parlamento o al governo, in un mondo che, però, non è più maschilista, e se, per esempio, tra i manager delle aziende ci sono meno donne che uomini, forse è perché le personalità che sono ai vertici sono migliori, o perché ci sono più laureati in economia di sesso maschile che di sesso femminile, ma questi sono soltanto dettagli! Così come sono dettagli altri malcostumi della politica italiana, come il candidarsi a cariche elettive che non ammettono candidature (#29).


27. A scuola hai studiato a memoria i primi 12 versi della Divina Commedia

Maggio 11, 2008

Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura,
ché la diritta via era smarrita.

Ahi quanto a dir qual era è cosa dura
esta selva selvaggia e aspra e forte
che nel pensier rinova la paura!

Tant’è amara che poco è più morte;
ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai,

dirò de l’altre cose ch’i’ v’ ho scorte.
Io non so ben ridir com’i’ v’intrai,
tant’era pien di sonno a quel punto
che la verace via abbandonai.

È un esercizio controverso: la maggior parte delle persone ritiene che sia inutile, noioso, frustrante, fatto sta che nelle scuole si è sempre fatto e che si continua a fare, e poi ci si stupisce del fatto che ai ragazzi non piace andare a scuola!

Ovviamente non ci si limita ai primi 12 versi della Divina Commedia, alcuni continuano a studiare i seguenti, altri imparano l’incipit del terzo canto (”Per me si va nella città dolente”), altri il quinto (”Amor, c’ha nullo amato amar perdona”), altri il trentatreesimo (”La bocca sollevò dal fiero pasto”), altri, io, questi e altri ancora.

Però, devo dire, che mi è servito questo studio mnemonico: ancora oggi mi ricordo a memoria molte parti dell’Inferno di Dante, alcune poesie del Foscolo e del Leopardi, il 5 Maggio (tutto!), l’addio ai monti e “quel ramo del lago di Como” dei Promessi Sposi, qualcosa di Ungaretti (m’illumino d’immenso, no, scherzo, anche soldati: si sta / come d’autunno / sugli alberi / le foglie), addirittura in latino il carme 85 di Catullo (”Odi et amo”) e parte del 101 (”Multas per gentes”), e forse anche qualcos’altro, però, se mi si chiede di parlarne, potrei rispondere con un “Vierico” (inteso come tipica espressione di Bobo Vieri) “Boh!”.

La cosa grave è che non so se, scrivendo ciò che so a memoria di Ungaretti, sarei in grado di capirlo e sono sicuro che, scrivendo quello che so del 101 di Catullo, non sarei in grado di tradurlo! Insomma, nozioni apprese a memoria senza alcun motivo! Si dice che sia un buon modo per esercitare per la memoria, forse è un buon modo per rubare spazio ad informazioni che potrebbero essere più utili di qualcosa che sai e che non sai nemmeno che significa! È per questo che hanno inventato i libri, per contenere le nozioni, facendo in modo che il cervello si riempisse di metodi per cercarle, interpretarle ed utilizzarle; imparando poesie a memoria e recitandole alla maestra/prof è come se aprissimo il nostro cervello, girassimo i neuroni e leggessimo gli assoni, il che non ha senso.

Ma d’altronde l’insegnante italiano è innovatore, il suo metodo di insegnamento negli anni ‘50 e ‘60 era il migliore, per cui, grazie ad una evoluzione del suo sistema, lo è anche oggi, poi, il non comparire tra le 100 Università migliori del mondo (qua) è soltanto un dettaglio!

Infatti, tra le voci che concorrono a determinare la bontà delle Università in queste classifiche ci sono i premi Nobel e le medaglie Fields vinti dagli ex-alunni e dai ricercatori, quanto vengono citate le loro ricerche, le pubblicazioni, ma d’altronde queste non sono cose che fanno capire quale sia la reale qualità dell’istruzione che viene fornita, o, per lo meno, questo è ciò che credono i docenti italiani.

C’è da dire, però, che si sta correndo ai ripari: la riforma Gentile, in auge dal 1923, anche se in seguito adattata alle esigenze repubblicane, è stata sostituita nel 1997 da Berlinguer, nel 2003 dalla Moratti, nel 2007 da Fioroni.

Per dovere di cronaca non posso non confrontare le personalità di questi ministri: Gentile è stato uno dei più grandi filosofi e pedagogisti italiani, Luigi Berlinguer è laureato in giurisprudenza, è cugino di Enrico e Giovanni Berlinguer, nonché di Cossiga ed è stato rettore dell’Università di Siena (no, non sto mettendo in relazione le raccomandazioni politiche [#17] e il ruolo ricoperto…), Letizia Moratti è stata presidente della RAI e di una società del gruppo Murdoch (si parla sempre di televisioni), Giuseppe Fioroni si è laureato in medicina, è stato ricercatore e docente ordinario all’Università Cattolica di Roma.

Quindi: una riforma che, è stata fatta da chi per mestiere era pedagogista ed è durata 70 anni, è stata modificata prima da un giurista, poi da un dirigente di aziende televisive e, alla fine, da un dottore in medicina. Con questo non voglio dire che ho pregiudizi, chiunque è in grado di rivoluzionare la scuola in una maniera efficiente lavorandoci su, con il suo ministero, per un anno. D’altronde la scuola andava cambiata, era da 70 anni che nessuno faceva nulla, poi, il fatto che in 10 anni ci sono state 3 riforme abbastanza radicale non vuol dire affatto che metterci mano è diventato uno sport. Poi, a dimostrazione della bontà delle riforme, in una società sempre più internazionale diventa inutile studiare la geografia alle scuole superiori (1 anno nei licei, già da prima della riforma Berlinguer, per essere onesti, 0 anni negli istituti professionali, questa sì colpa di Berlinguer). Se non si fosse capito sono sarcastico.

Rimane il fatto che, nonostante tutte queste riforme, si continua a studiare a memoria! Che poi, certe volte, mi viene il dubbio che i politici stessi non abbiano studiato poi così tanto nella loro vita, vista la prestazioni di Fini quando parla di relativismo (#19), o quella di Casini quando parla di lui solo sa cosa (#20). Ma certi dubbi mi vengono anche quando dimostrano di non sapere come si chiamano in realtà le posizioni da loro occupate (#28).


26. Gesticoli mentre parli.

Maggio 10, 2008

È un costume tutto italiano e risponde, probabilmente, alla necessità di comunicare con persone che non parlavano la stessa lingua: non solo nell’Italia preunitaria, ma fino alla totale diffusione dell’italiano, quindi fino a prima della diffusione della televisione, c’era difficoltà a capirsi anche tra genti di città relativamente vicine, ma con tradizioni linguistiche diverse, per esempio La Spezia e Massa, o Genova e Alessandria, ma anche con tradizioni simili, come Caserta e Napoli o Catania e Siracusa, per cui era necessario utilizzare un codice che fosse universale. Si è, quindi, ricorsi ai gesti per integrare la comunicazione verbale, evidentemente non sempre adatta allo scopo che si prefissava. Quando, poi, si è diffuso l’italiano, la difficoltà di comunicazione si è quasi azzerata, però i gesti sono rimasti, quasi ad enfatizzare, o in alcuni casi sostituire, la lingua tradizionale.

Per cui, partendo da una mano quasi chiusa a pugno con il dorso rivolto verso l’interlocutore, se l’italiano la apre muovendola verso di lui di circa 15 cm, sta ad indicare che sta spiegando un concetto, se alza il dito medio, significa qualcosa di diverso, se punta l’indice su qualcuno, vuole comunicare che una determinata parte del discorso riguarda la persona indicata.

Ma se questi esempi di comunicazione non verbale sono facilmente comprensibili, anche per gli stranieri, ce ne sono alcuni che sono per loro oscuri, un esempio è quel gesto che consiste nel disporre la mano quasi a formare una goccia, ottenuta distendendo tutte le dita il più possibile facendo sì che ognuna ne tocchi almeno altre due. Questo gesto assume il significato di “cosa vuoi?”, “cosa stai facendo?”, “cosa stai dicendo?” se associato ad un iterato movimento della mano, mentre se associato ad un allontanamento e riavvicinamento del pollice dalle altre dita, tenendo però il resto della mano ferma, è uno sfidare l’altro a fare qualcosa tacciandolo al contempo di essere codardo.

Esistono anche altri gesti, che implicano il movimento non solo delle mani, ma di più parti del corpo, tipico è l’esempio del braccio posto a 90 gradi, con il pugno chiuso, mentre il palmo della mano dell’altro braccio tocca il bicipite di quello chiuso (è ammessa anche la chiusura del braccio durante l’avvicinamento della mano). È un gesto ingiurioso verso la persona cui è rivolta, forse è addirittura più ostile della corrispettiva espressione verbale, che sostituisce totalmente.

A dimostrazione del fatto che servono a farsi capire maggiormente, questi gesti sono utilizzati maggiormente in casi di difficoltà comunicativa, che oggi avvengono soltanto all’estero, anche se poi questi non servono affatto allo scopo, visto che gli stranieri non li capiscono. Dagli stranieri veniamo quindi visti, banalizzando il significato delle nostre azioni, come affetti da una patologia come quella della sindrome delle gambe senza riposo, per cui abbiamo la necessità compulsiva di muovere le braccia e le mani in continuazione, mentre in realtà la nostro è una integrazione, forse non troppo raffinata, alla comunicazione orale.

I gesti, però, scompaiono in alcune situazioni: come è ovvio che sia, perché sarebbe difficile fare altrimenti, quando si legge un discorso, e nel caso particolare del politico che si rivolge al pubblico. Il gesticolare, in questo campo, è ancora presente quando a parlare sono demagoghi, è il caso di Bossi o di Caruso, ma è assente in tutti gli altri, sia quando ciò che dicono è sensato, sia quando in realtà è demagogia, anche se mascherata da risposta seria ai problemi attuali della nazione.

I motivi potrebbero essere due: il primo è che il gesticolare non si conforma ad un canone di compostezza che dovrebbe essere proprio di tutti i politici, dico dovrebbe perché dopo certi comportamenti di Berlusconi (vedi simulazione di atti di sodomizzazione) non ne sono più tanto sicuro, il secondo è che il politico gesticolante viene immediatamente associato a Mussolini, per cui si è, anche se forse inconsciamente, stigmatizzato tale comportamento.

Ciò nonostante è un comportamento che viene comunemente accettato dalla gente comune, perché in fondo si tratta di una tradizione italiana, di cui il duce si era appropriato, ma che di certo non ha inventato lui. E le tradizioni sono dure a morire, come dimostra il fatto che è da almeno 80 anni che alle elementari, alle medie e alle superiori vengono fatti imparare a memoria i primi 12 versi del primo Canto dell’Inferno di Dante (#27).

Nell’immagine Daniela Santanchè, all’epoca parlamentare, durante una contestazione giovanile alla riforma Moratti.


25. Non capisci italiani di altri zone mentre parlano italiano.

Maggio 9, 2008

“Il vino rosso mi sdegna”, “questa situazione mi da un bè di futta”, “portami la granata”: sono solo esempi dell’influenza delle lingue regionali, o semplicemente della diversa evoluzione che la lingua italiana ha avuto nelle varie zone d’Italia, perché le differenze non riguardano soltanto l’accento, ma anche le stesse parole.

Il perché di questo fenomeno è semplice, quasi ovvio: prima della nascita della lingua italiana si parlavano unicamente le lingue regionali, o, come sono state chiamate fino a poco tempo fa, i dialetti; in seguito, con l’introduzione della scuola e, soprattutto, della televisione, si è riusciti a diffondere l’italiano all’interno del popolo, ma non si è riusciti a creare un perfetto standard, cosa, forse, impossibile. Dico questo perché quando era stato introdotto l’italiano non si era badato ad eliminare le cadenze proprie di altre lingue: oggi il fenomeno è ancora presente, ma in misura decisamente inferiore rispetto ad un tempo. Per quanto riguarda le parole, invece, se alcuni termini dialettali erano presenti fin dall’inizio nell’italiano di ogni regione, altri sono stati introdotti in seguito con il passare degli anni: la lingua si evolve e, dal momento che, pur facendo parte di uno Stato unitario, all’interno di esso esistono più o meno marcate barriere geografiche, sociali, culturali, è plausibile, anzi, è certo, che ci siano discrepanze tra alcune espressioni delle diverse comunità.

Un esempio tipico è quello della comune interiezione popolare che ha come significato “caspita” o “dannazione”, che viene utilizzata anche come rafforzativo, con il significato di “diavolo”, nelle domande. Parlo, ovviamente, dei tre termini “figa”, “cazzo”, “minchia”. Nonostante la prima abbia, ovviamente, un significato completamente diverso dalle altre, queste parole assumono, in quel determinato contesto, e in determinate aree, lo stesso significato. Volendo delineare dei confini approssimativi: a nord del Po il termine più usato è “figa”, tra il Po e la Campania, comprendendo la Sardegna, è “cazzo”, in Calabria, Puglia e Sicilia è “minchia”. Ovviamente ci sono alcune zone di transizione in cui si utilizzano entrambi i termini, come l’alta Emilia, altre in cui non si usa né l’uno né l’altro, ma semplicemente perché non si parla neanche l’italiano, vedi Alto Adige, alcuni casi sui generis, come la Sardegna, in cui “cazzo” e “minchia” sono utilizzati entrambi ma con connotazioni leggermente diverse.

Come questo esempio se ne potrebbero fare altri, sempre, però, per quanto riguarda espressioni usate dal volgo, perché, per quanto riguarda la lingua formale, si è riusciti a creare uno standard abbastanza universale, con esempi in tal senso virtuosi quali il linguaggio tecnico, in particolare quello giuridico, che sono codificati e, in quanto tali, esattamente identici in tutto il territorio nazionale. Questo risponde ad un bisogno di comunicare con un bacino di utenza decisamente più ampio rispetto a quello della gente comune: le leggi, i trattati scientifici, gli articoli di giornale sono letti da persone di tutte le zone d’Italia e devono essere loro comprensibili, per questo motivo si è deciso di creare un italiano che fosse tipico, se non ci fosse stata questa esigenza in ogni regione si sarebbe parlato in maniera differente anche in questi campi, come avviene nel gergo popolare, a dimostrazione del fatto che non esiste cosa più democratica della lingua!

Forse, però, più che democrazia si dovrebbe parlare di anarchia, visto che ognuno parla un po’ come vuole, ma ciò che è curioso è che, in maniera del tutto autonoma, si siano diffuse uguali tendenze in tutte le zone di Italia, come il non-uso del congiuntivo (#20), o l’uso improprio dell’avverbio “assolutamente” (#12). Ma è, forse, ancor più curioso il fatto che, insieme a queste tendenze, si siano diffusi in tutta l’Italia anche usi non linguistici, che, però, con la lingua hanno a che fare, parlo, ovviamente, del gesticolare mentre si parla (#26).


24. Nella tua lingua, “Euro” rimane invariato al plurale.

Maggio 8, 2008

L’Unione Europea ha decretato che “Euro” in italiano, inglese e tedesco rimane invariato, poi soltanto noi e i crucchi abbiamo accettato questa decisione, anche se forse non di buon grado, visto che spesso si tenta, nei contesti informali, di usare il plurale “Euri”, ma l’Accademia della Crusca, che dovrebbe preservare l’italianità della lingua, ha escluso questa ipotesi.

Uno dei motivi che ha addotto l’Accademia della Crusca è che sulle banconote c’è scritto “Euro”, non “Euri”, cosa che è ovvia: la moneta non è nazionale, viene stampata dalla Banca Centrale Europea, è impensabile che ne stampi alcune in cui c’è scritto “Euros”, altre con “Eurot”, altre con “Euri”, e così via, perché vorrebbe dire stamparne almeno una decina di versioni diverse, o, in alcuni casi, addirittura con caratteri diversi, è il caso della Grecia (c’è da notare, però, che nelle banconote sotto la dicitura “Euro” c’è l’equivalente nell’alfabeto greco).

L’altro motivo è il già accennato decreto della Comunità Europea del 26 ottobre 1998, seguito dai tedeschi, che seguono ogni norma, anche la più stupida e inutile e anche la più vessatoria, e da noi, ma non dagli irlandesi, di solito anch’essi disciplinati, ma che, quando c’è da ribellarsi, lo fanno, come dimostra la rivoluzione che ha portato all’indipendenza ai primi del ‘900. Noi italiani, invece, continuiamo a dire “euro” in banca e “euri” per la strada, visto che il problema non è ritenuto rilevante dai politici, che sono occupati a fare leggi ad personam, e nessuna persona autorevole si è opposta alle decisioni CEE e dell’Accademia della Crusca.

Ma vediamo, dal punto di vista grammaticale, quali sono le parole che rimangono invariate al plurale:
1) tutte le parole provenienti da altre lingue, come film
2) tutte le parole che terminano con vocale accentanta, come virtù
3) tutte le parole che terminano con consonante, come bar
4) tutte le parole che terminano in -i, come crisi
5) parole femminili che terminano in -o, come radio
6) tutte le parole che terminano in -cie, eccetto superficie, come specie

I casi 2, 3, 4, 5 (ricordo che “euro” è maschile, si dice lo Euro, non la Euro) e 6 sono esclusi per ipotesi, l’unico che potrebbe essere controverso è il primo. Ora, Euro potrebbe essere ritenuta una parola straniera, dal momento che è stata coniata da un’organizzazione sovranazionale, ma sarebbe più esatto ritenere che appartenga ad un ipotetico idioma europeo, dal momento che anche noi siamo stati partecipi della creazione di questo nome, e non ci è stato imposto dall’alto.

L’Accademia della Crusca, che ha la mia stessa opinione, giunge però a conclusioni diverse: dal momento che si tratta di una “parola europea” ed è quindi sui generis, in italiano rimane invariata. Ma, dal momento che, eccetto che in Germania, dove già “marco” era invariabile, in tutti gli altri stati al plurale non rimane invariato, perché da noi dovrebbe essere diverso?

Tra l’altro la parola “euro” già esisteva nella lingua italiana, anche se soltanto letteraria, indicava un vento e aveva come plurale “euri”. Riporto dal dizionario De Mauro: “LE spec. con iniz. maiusc., scirocco: la bella Trinacria, che caliga | tra Pachino e Peloro sopra ‘l golfo | che riceve da E. maggior briga (Dante)”.

C’è da dire che l’esempio è da prendere come tale, non come uso più recente della parola, visto che nel 1780 è stata usata da Varesco, librettista di Mozart, nel 1803 da Foscolo, tra il 1850 e il 1860 da Carducci. Riporto gli ultimi due come esempi:

Regina fu, Citera
e Cipro ove perpetua
odora primavera
regnò beata, e l’isole
che col selvoso dorso
rompono agli Euri e al grande Ionio il corso.
[Foscolo: All'amica risanata, Odi, 79-84]

Ma le dolenti imagini
Si portin gli euri in mare:
Diciam parole prospere:
Benigno Amor ne appare.
[Carducci: A Febo Apolline, Juvenilia, 53-56]

Per questo motivo ritengo la mia opinione, anche se indubbiamente meno autorevole, più valida di quella degli Accademici, che comunque rispetto, ma non condivido. Il problema è che purtroppo in Italia non esiste un organo statale preposto alla difesa della lingua italiana, come può essere la Real Academia Española in Spagna, per cui è ragionevole che seguiamo l’uso che ci è stato imposto dall’alto, anche se è sbagliato e del tutto innaturale, all’italiano viene da dire gli euri, non gli euro, perché dovrebbe seguire la stessa regola di palo, che al plurale fa i pali, non i palo!

La cosa strana è che la lingua italiana, che dovrebbe essere quanto di più democratico esista, perché le regole sono state decise dalla gente, non da una sorta di Demiurgo che tutto fa e tutto disfa a suo piacimento, forse per la prima volta si è piegata ad un’imposizione proveniente dall’alto, e questo di per sé è preoccupante, anche se le conseguenze sono comunque circoscritte. A dimostrazione di questa democrazia dell’italiano posso addurre come prova il fatto che, forse, l’”italiano” non esiste, in ogni regione, provincia, città, si parla una lingua leggermente diversa, influenzata dai dialetti e dalle lingue regionali (#25).


23. Aborri le centrali nucleari.

Maggio 7, 2008

Con tre referendum promossi nel 1987 si è deciso di eliminare ogni intervento statale a favore della produzione di energia nelle centrali nucleari, successivamente la classe politica ha interpretato, giustamente, che la popolazione, potendo, vi avrebbe rinunciato volentieri, e nel 1990 ha terminato l’opera di “Abbandono del nucleare”.

I referendum sono stati promossi dai Radicali, con cui di solito concordo, ma in questo caso decisamente no, sull’onda della catastrofe di Chernobyl, per cui il loro esito era prevedibile: era stata evacuata una zona ad un raggio di parecchi chilometri dalla centrale, la gente andava al mercato con i rilevatori di radioattività, c’era obiettivamente un po’ di paura in circolazione. E pensare che il buco che ha fatto l’esplosione non era neanche tanto grosso! Tornando a noi, lungi dal giudicare l’operato di un qualsiasi gruppo politico, i Radicali hanno cavalcato l’onda del terrore e gli italiani hanno dato loro ragione, con un 80% di voti a favore dell’abrogazione delle leggi in discussione.

Fino a qua niente di male, è pacifico che il nucleare non è sostenibile a livello ambientale, visto che produce scorie radioattive che causano problemi di smaltimento non indifferenti, però c’è da dire una cosa: l’Italia è stata l’unico paese al mondo ad attuare un abbandono del nucleare così repentino (si parla di dismissione o riconversione di 5 centrali in 3 anni). D’altronde, dacché l’Italia è Repubblica, è sempre un problema di tutti gli italiani trovare un metodo per sprecare i nostri soldi, per cui perché non farlo smettendo di usare cose costruite 10 anni prima, che sono costate migliaia di miliardi di lire e la cui spesa non è ancora stata ammortizzata?

Ora, io tendenzialmente sono contro la produzione di energia nucleare, d’altronde sono italiano, però sarebbe stato decisamente più sensato, e con questo sì, intendo dire che il nostro comportamento non lo è stato, un piano di abbandono graduale dell’energia nucleare, come quello che stanno mettendo in atto la Germania, la Spagna, la Svezia, e un po’ tutti i Paesi che hanno centrali di questo tipo. Dico questo perché ci si è ritrovati con 5 strutture di cui 1 è stata riconvertita a centrale termoelettrica, d’altronde è risaputo che la combustione di idrocarburi non provoca alcun tipo di patologia, e 4 sono state bonificate e chiuse, con la benedizione degli italiani che, sul momento, hanno buttato via sul momento l’equivalente di qualche decina di miliardi di euro, in prospettiva, tenendo conto dell’aumento del prezzo del petrolio, il calcolo non è stimabile, ma solo l’idea è inquietante.

Ma veniamo al perché gli italiani non vogliono il nucleare: innanzi tutto non è sicuro, dagli anni ‘50 ci sono stati 24 incidenti in tutto il mondo (un’enormità…), trattarli tutti è lungo e inutile, per cui mi soffermo sui maggiori. Il primo in ordine di tempo è avvenuto negli USA nella centrale di Three Mile Island nel 1979: 2 milioni di persone esposte alle radiazioni, si stima che ci sia stato al massimo 1 caso di cancro conseguente a questa esposizione. Nel 1986 c’è stato il disastro di Chernobyl, è inutile parlare delle conseguenze, che sono note ai più, è interessante parlare delle cause: se nel 1986 si riteneva che la colpa fosse soltanto degli addetti all’impianto, nel 1991 si è appurato che il reattore stesso fosse pericoloso, che gli ingegneri lo avessero denunciato in sede di progettazione e che il governo se ne sia infischiato, d’altronde è noto come l’URSS fosse una nazione che investiva molto in sicurezza industriale… Per citarne uno recente nel 2007 un terremoto di magnitudo 6.8 ha causato danni alla centrale di Niigata, Giappone, e, pare, che ci sia stata fuoriuscita di materiale radioattivo. Appunto, terremoto, magnitudo 6.8, non esattamente condizioni normali. Che poi, abbandonando il nucleare, non è che ci siamo mantenuti indenni dai rischi: la Francia e la Svizzera hanno centrali nucleari non troppo lontane dai nostri confini!

L’altro motivo per cui gli italiani non vogliono il nucleare è perché produce scorie: sono cancerogene, non si possono smaltire, nessuno le vuole, quindi è meglio non produrne. Sono convinto, però, che hanno provocato più casi di cancro le discariche abusive in Campania, o lo smog nelle grandi città, o le centrali termoelettriche, ma in effetti non sono argomentazioni costruttive, è più costruttivo dire “No alle scorie senza se e senza ma”.

Oggi, però, si sta pensando di costruire alcune centrali nucleari in Italia, visto il costo sempre crescente del petrolio, e, anche oggi c’è un gruppo di oppositori a questa possibilità. Secondo me, in questo specifico caso, ha ragione chi si oppone, ma per un semplice motivo di costi: se negli anni ‘80 era conveniente mantenere in funzione le centrali, oggi, per costruirne una, visti i tempi necessari per approvare un progetto, vedi ponte sullo stretto di Messina, visti quelli necessari per ultimare un’opera pubblica in Italia, vedi lavori sulla Salerno - Reggio Calabria, forse è meglio evitare, dal momento che quando entrerà in funzione la prima centrale, secondo una previsione ottimistica, tra 100 anni, la fissione nucleare sarà superata da almeno 50 e avremo sprecato altri miliardi di euro.

Se questo, sprecare soldi, è il nostro obiettivo sono pronto ad approvare la costruzione non di una, ma di cento o di mille centrali nucleari, ma credo che forse non sia un’ottima idea quella di buttare al vento altri euro, sarebbe meglio investirli con criterio per cercare nuove fonti di energia alternative al petrolio, ma forse, visto lo stato in cui versa la ricerca in Italia, non sarebbe possibile. Ma, a proposito di euro, mi chiedo come mai in italiano rimanga invariato e non sia euri (#24).