Una questione vecchia come l’Italia, ho già citato in un’altra occasione il detto “piove, governo ladro” (#11), che nasce insieme al Regno d’Italia (1861), e ancora non siamo riusciti a liberarci di questa convinzione. Tra l’altro tutti i libri che parlano delle malefatte dei politici vendono veramente tanto, evidentemente ci piace sapere di essere derubati: “L’odore dei soldi” di Travaglio 350 mila copie, “La casta” di Stella un milione e 200 mila, “Regime”, sempre di Travaglio, 250 mila.
Non è da molto che si scrivono questi libri, o meglio, che questi vengono venduti così tanto, il primo fu Travaglio, con “L’odore dei soldi”, scritto nel 2001, che ha cavalcato l’onda delle elezioni politiche vinte da Berlusconi e del cosiddetto “diktat bulgaro” con cui ha eliminato, non fisicamente, ma soltanto dalla televisione Biagi, Santoro e Luttazzi, quest’ultimo reo di avere ospitato lo scrittore nella propria trasmissione. Quello che forse Berlusconi non aveva considerato è che con questa decisione ha fatto pubblicità gratis a Travaglio, ma, visto come sono andate le cose in seguito, forse aveva ragione a non essere preoccupato.
Ma il settore è cambiato nel tempo, all’inizio, dal 2001 e per circa 3 anni quello che è andato è il “berlusconismo”, si poteva scrivere qualsiasi cosa contro Berlusconi ed essere sicuri che avrebbe venduto: Berlusconi è un mafioso? 300 mila copie; la moglie di Berlusconi ha una relazione con il cognato della cugina di Aznar? 150 mila copie; il cane di Berlusconi fa la cacca in mezzo alla strada e nessuno la raccoglie? 100 mila copie.
Dal 2004 il settore che ha iniziato a tirare è stato quello del “ipoliticirubanotuttiindiscriminatamente”, il primo che se ne è reso conto è stato Beppe Grillo, che ha iniziato a parlare nei suoi spettacoli delle condanne in via definitiva dei parlamentari, poi sono arrivati i libri di Travaglio, che ha cambiato improvvisamente di genere, e di Stella, che fortunatamente non sono così categorici e citano anche esempi positivi, anche se poi, la gente, quando va a votare lo fa per la Carfagna invece che per gente che magari è più adatta. In tutto questo chi è rimasto fregato, per lo meno sul mercato italiano, è stato David Lane, che, vedendo il suo libro, appartenente al filone del “berlusconismo”, pubblicato in Italia nel 2005, ha venduto ben poco, visto che c’erano già 8627 libri di Travaglio, anche se aveva una virtù che è rara nelle pubblicazioni già presenti: la sintesi!
Non bisogna credere, però, che quella che oggi si chiama “antipolitica” sia nata solo negli anni 2000, sarebbe non solo errato, ma anche ingeneroso verso chi già prima aveva iniziato a criticare il potere costituito. C’è un esempio eclatante agli albori della Repubblica, il “Fronte dell’uomo qualunque”, movimento e partito politico fondato negli anni ‘40 da Guglielmo Giannini, era presente nell’Assemblea Costituente, e, tra l’altro, è dal suo nome che è mutuato il termine “qualunquismo”. Poi, rievocare ciò che è successo nel ‘68 in tutto il mondo mi sembra superfluo.
Ma ci sono esempi anche in epoche anteriori e in luoghi diversi: la satira nell’antica Grecia, la figura del tribuno della plebe nell’Antica Roma, i parlamenti nel Regno di Francia e nella Russia zarista, la Carboneria nell’Italia dell’Ottocento, insomma, è una cosa vecchia quanto la libertà d’espressione, anzi, forse è addirittura antecedente!
Ma una differenza forse c’è tra gli antichi movimenti e quelli nuovi: forse, in realtà, c’è solo la volontà di indignarsi e non quella di cambiare. Il Fronte dell’uomo qualunque era entrato in Parlamento, talvolta accettando compromessi, per poter dire legittimamente la sua, nel ‘68 ci sono state vere e proprie rivoluzioni, in tempi in cui in Italia non c’era libertà di espressione ci sono state insurrezioni, che oggi vengono chiamate “moti”, e che se fossero successi oggi si sarebbero chiamate “attentati”, ma oggi che si fa? Si raccolgono firme per proporre un referendum popolare che non sono valide, perché vanno autenticate, o se ne raccolgono altre per un’iniziativa di legge popolare, che non sono valide per lo stesso motivo.
C’è chi dice: se la classe politica fosse davvero attenta ai bisogni della nazione le riterrebbe valide, anche se non prese alla presenza di un ufficiale giudiziario, però non è così che funziona e non si può dire che sia un criterio campato per aria, perché è così in tutte le repubbliche del mondo, né che non si sapesse, perché basta leggere un qualsiasi libro di diritto costituzionale o di diritto pubblico per prenderne atto. E il motivo per cui vanno autenticate è semplice: in caso contrario chiunque potrebbe prendere un foglio, scriverci sopra una proposta di referendum, prendere una guida telefonica, firmarlo a nomi di altri, e sarebbe perfettamente valida, e va da sé che non è una cosa che si può permettere in un paese civile.
Ma forse questa pretesa è essa stessa una dei costumi tipici: spesso gli italiani si schierano a favore o contro qualcosa a priori senza accettare alcuna obiezione. È strano, però, che, a differenza della guerra in Iraq, o in Afghanistan, o dei fatti in Tibet, non si sia creato uno slogan tipo “le firme sono valide senza se e senza ma” (#34).