Il perché dell’emigrazione è ovvio: nella terra natia non c’è lavoro, le condizioni di vita sono misere e si preferisce cercare un posto che, se non è l’Arcadia greca, l’Utopia di Moro o l’El Dorado, per lo meno è meglio di dove si sta.
Da quando è stata fatta l’Italia (se mai è stata fatta una cosa del genere, ma i libri di storia ci dicono che sì, è successo, e nel 1861) fino a prima del boom economico, periodo in cui la nazione prima doveva riprendersi dalle guerre di indipendenza, poi costituirsi, poi riprendersi dalla Prima (che teoricamente abbiamo vinto, ma invece pare che non sia così) e dalla Seconda Guerra Mondiale, l’Arcadia era rappresentata dagli Stati esteri, precisamente quelli nelle Americhe. Molti sono i film ci parlano di queste migrazioni, anche mainstream, non solo quei film-documentario in bianco e nero che si guardano soltanto a scuola o in TV quando non c’è nient’altro, alcuni abbastanza direttamente, come Il Padrino, altri indirettamente, come, non so, Toro Scatenato (per il semplice fatto che Jake LaMotta era italoamericano), per cui si può capire l’importanza del fenomeno. Volendo una conferma statistica, si stima che il 5.6% dei residenti negli Stati Uniti siano italoamericani (dati del censimento del 2000).
Gli anni ‘50 e ‘60 sono stati il periodo del boom economico in Italia, per cui una componente importante di emigrazione è stata quella degli abitanti del Sud Italia che erano andati a cercare lavoro nelle fabbriche del Nord contaminando la razza padana. Probabilmente nasce qui il dualismo manicheo terrone – polentone, in cui non si sa esattamente quali siano i buoni o quali i cattivi, l’unica cosa certa è che sfido qualunque presunto appartenente alla razza ariana, cioè, padana a dimostrare che nelle ultime quattro generazioni la sua linea non è stata sporcata da sangue impuro. C’è da aggiungere, però, che una parte delle migrazioni interne è stata rappresentata da giovani di buona famiglia che vivevano in campagna che, avendo ottenuto un titolo di studio, cercavano un buon lavoro in città.
Nello stesso periodo iniziava anche la migrazione europea, principalmente in Germania Ovest, Francia e Svizzera, che è servita a loro per trovare bassa manovalanza a basso prezzo, che per noi erano ottimi salari, a noi come valvola di sfogo per una crescita demografica che sembrava senza fine, che ha permesso di tenere le famiglie relativamente più unite rispetto a quelle i cui membri erano emigrati oltremare. Non dico che tornare a casa fosse agevole quanto lo è ora, non c’erano i vettori low cost che permettevano di spostarsi in poco tempo e a costi tutto sommato contenuti, ma è anche vero che gli spostamenti duravano decisamente meno della settimana necessaria per le traversate atlantiche.
E oggi? Oggi cerchiamo di cacciare dal nostro Paese chi viene a rubarci i nostri impieghi ben retribuiti (vedi spazzino, o meglio operatore ecologico, o badante, o meglio colf, tra l’altro questa cosa mi ricorda qualcosa, forse il paragrafo precedente) per cui i nostri giovani sono costretti ad emigrare in Spagna o in Irlanda! Stavo cercando di rimanere serio, ma non ce la posso fare, la cosa che trovo ridicola è che ci sia gente che davvero crede a queste cose, forse sarebbe meglio levarsi le fette di salame che abbiamo sugli occhi, che, con i tempi che corrono, è meglio usarle per sfamarsi piuttosto che sprecarle in altri modi. Ma tant’è, piuttosto che fare autocritica preferiamo bollare chi cerca di farla con aggettivi che finiscono con -ista (#19).





Luglio 9, 2008 alle 6:16 am
Bravo, mi riferisco all’ultimo paragrafo soprattutto. Purtroppo a giudicare dalle notizie che si leggono, sembra proprio che la caccia alle streghe ed ai capi espiatori sia già iniziata. Troppo orgogliosi per ammettere che la colpa del disastro italiano di oggi è quasi unicamente degli italiani stessi (o meglio di alcuni di essi).