È un costume tutto italiano e risponde, probabilmente, alla necessità di comunicare con persone che non parlavano la stessa lingua: non solo nell’Italia preunitaria, ma fino alla totale diffusione dell’italiano, quindi fino a prima della diffusione della televisione, c’era difficoltà a capirsi anche tra genti di città relativamente vicine, ma con tradizioni linguistiche diverse, per esempio La Spezia e Massa, o Genova e Alessandria, ma anche con tradizioni simili, come Caserta e Napoli o Catania e Siracusa, per cui era necessario utilizzare un codice che fosse universale. Si è, quindi, ricorsi ai gesti per integrare la comunicazione verbale, evidentemente non sempre adatta allo scopo che si prefissava. Quando, poi, si è diffuso l’italiano, la difficoltà di comunicazione si è quasi azzerata, però i gesti sono rimasti, quasi ad enfatizzare, o in alcuni casi sostituire, la lingua tradizionale.
Per cui, partendo da una mano quasi chiusa a pugno con il dorso rivolto verso l’interlocutore, se l’italiano la apre muovendola verso di lui di circa 15 cm, sta ad indicare che sta spiegando un concetto, se alza il dito medio, significa qualcosa di diverso, se punta l’indice su qualcuno, vuole comunicare che una determinata parte del discorso riguarda la persona indicata.
Ma se questi esempi di comunicazione non verbale sono facilmente comprensibili, anche per gli stranieri, ce ne sono alcuni che sono per loro oscuri, un esempio è quel gesto che consiste nel disporre la mano quasi a formare una goccia, ottenuta distendendo tutte le dita il più possibile facendo sì che ognuna ne tocchi almeno altre due. Questo gesto assume il significato di “cosa vuoi?”, “cosa stai facendo?”, “cosa stai dicendo?” se associato ad un iterato movimento della mano, mentre se associato ad un allontanamento e riavvicinamento del pollice dalle altre dita, tenendo però il resto della mano ferma, è uno sfidare l’altro a fare qualcosa tacciandolo al contempo di essere codardo.
Esistono anche altri gesti, che implicano il movimento non solo delle mani, ma di più parti del corpo, tipico è l’esempio del braccio posto a 90 gradi, con il pugno chiuso, mentre il palmo della mano dell’altro braccio tocca il bicipite di quello chiuso (è ammessa anche la chiusura del braccio durante l’avvicinamento della mano). È un gesto ingiurioso verso la persona cui è rivolta, forse è addirittura più ostile della corrispettiva espressione verbale, che sostituisce totalmente.
A dimostrazione del fatto che servono a farsi capire maggiormente, questi gesti sono utilizzati maggiormente in casi di difficoltà comunicativa, che oggi avvengono soltanto all’estero, anche se poi questi non servono affatto allo scopo, visto che gli stranieri non li capiscono. Dagli stranieri veniamo quindi visti, banalizzando il significato delle nostre azioni, come affetti da una patologia come quella della sindrome delle gambe senza riposo, per cui abbiamo la necessità compulsiva di muovere le braccia e le mani in continuazione, mentre in realtà la nostro è una integrazione, forse non troppo raffinata, alla comunicazione orale.
I gesti, però, scompaiono in alcune situazioni: come è ovvio che sia, perché sarebbe difficile fare altrimenti, quando si legge un discorso, e nel caso particolare del politico che si rivolge al pubblico. Il gesticolare, in questo campo, è ancora presente quando a parlare sono demagoghi, è il caso di Bossi o di Caruso, ma è assente in tutti gli altri, sia quando ciò che dicono è sensato, sia quando in realtà è demagogia, anche se mascherata da risposta seria ai problemi attuali della nazione.
I motivi potrebbero essere due: il primo è che il gesticolare non si conforma ad un canone di compostezza che dovrebbe essere proprio di tutti i politici, dico dovrebbe perché dopo certi comportamenti di Berlusconi (vedi simulazione di atti di sodomizzazione) non ne sono più tanto sicuro, il secondo è che il politico gesticolante viene immediatamente associato a Mussolini, per cui si è, anche se forse inconsciamente, stigmatizzato tale comportamento.
Ciò nonostante è un comportamento che viene comunemente accettato dalla gente comune, perché in fondo si tratta di una tradizione italiana, di cui il duce si era appropriato, ma che di certo non ha inventato lui. E le tradizioni sono dure a morire, come dimostra il fatto che è da almeno 80 anni che alle elementari, alle medie e alle superiori vengono fatti imparare a memoria i primi 12 versi del primo Canto dell’Inferno di Dante (#27).
Nell’immagine Daniela Santanchè, all’epoca parlamentare, durante una contestazione giovanile alla riforma Moratti.




